
Catherine Deneuve con Romain Duris nel film L'Homme qui voulait vivre sa vie Priorità, scelte e rinunce sono le parole chiave che il regista e sceneggiatore Eric Lartigau ci affida nei primi minuti del film. Allo spettatore è subito chiaro che al protagonista Paul toccherà una punizione drammaticamente esemplare per aver seguito la strada del "consumismo" ed essersi dimenticato della propria umanità. Tragica e fatalista la storia di L'homme qui voulait vivre sa vie, ispirata al racconto The Big Picture dell'autore americano Douglas Kennedy, da noi poco noto ma un vero mito nel resto d'Europa, rappresenta per il francese Lartigau l'esordio nel genere del dramma: il cineasta riesce però al primo colpo ad attaccare gli spettatori alle poltroncine mantenendo per tutta la durata del film un'atmosfera di angoscia e una tensione esplosiva da calibrato thrilling dell'anima.
Romain Duris in un'immagine del film L'Homme qui voulait vivre sa vie Il merito di Lartigau sta nel sospingere fino alla fine il racconto, costruendo intorno al piccolo e smantellato universo di Paul, un convincente e struggente Romain Duris, pretesti narrativi potenti che superano con naturalezza una trama semplice. La vita del protagonista focalizza intorno a sé tutta la nostra attenzione, con le sue metamorfosi obbligate o imboccate casualmente: il protagonista sembra volerci dire che non possiamo sfuggire al nostro destino e che le scelte più facili si ritorcono sempre contro i "perdenti". Vinto dal presente, Paul-Romain tenta, sottraendosi a una scontata visione moralistica e giustizialista, di rifarsi una vita altrove. Il passaggio tra primo e secondo tempo si dilata sullo schermo attraverso un cambiamento visivo e cromatico molto interessante: con agilità e sicurezza Lartigau ci mostra la città parigina a tinte tenui e le inquadrature risucchiano il protagonista in spazi più o meno affollati, nella seconda parte il registro stilistico invece si capovolge e ci trascina nei paesaggi mozzafiato del Montenegro, portata sullo schermo con tinte più forti, con intensi primi piani sul volto segnato del povero Paul. Il regista riesce così a conciliare nel suo cupo noir esistenziale l'immagine all'evoluzione del suo protagonista, travolgendoci sorprendentemente fino alla metafora finale, che colpisce lo spettatore e che lo porta a riflettere sul senso della clandestinità dell'anima turbata.
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